«Stiamo vivendo un’emergenza casi di stalking in aumento» 10.31

« Il trauma subìto può riaffiorare nelle generazioni future» (Marisella Gatti)

Filippo Lezoli
|5 mesi fa
«Stiamo vivendo un’emergenza casi di stalking in aumento»        10.31
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«Viviamo un’emergenza». La frase di Grazia Pradella, procuratrice della Repubblica del tribunale di Piacenza, inquadra il fenomeno dei maltrattamenti sulle donne. «Quest’anno nella nostra procura abbiamo avuto 743 iscrizioni di Codice Rosso - dice Pradella -
sul totale di 397 procedimenti per maltrattamenti in famiglia, ovvero iscrizioni di notizie di reato, quest’anno contiamo 136 fattispecie di stalking, non poche, e 60 procedimenti per violenza sessuale. Lo stalking preoccupa particolarmente perché è un reato in costante aumento e che riguarda quasi tutte le classi sociali».
Nella tavola rotonda “Dal contrasto alla prevenzione della violenza di genere: i limiti della tutela penale”, svoltasi in Università Cattolica in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, sono due gli aspetti che emergono nell’intervento di Grazia Pradella: quando si parla di maltrattamenti e violenza che ha per vittime le donne ci si trova di fronte a un’emergenza e, secondo punto, la soluzione non può essere riposta unicamente nel Codice Rosso.
Dice infatti Pradella che «tutte le procure lavorano pressoché esclusivamente sui Codici Rossi». «Io stessa - continua - avevo in avvio stabilito che di Codici Rossi si occupassero due colleghi, oggi ce ne occupiamo tutti e lo facciamo tutti i giorni. Prima o poi dovremo uscire dall’emergenza, ma il rimedio penale non è il rimedio alla violenza di genere».
Aveva d’altronde anticipato Roberta Casiraghi, docente della Cattolica, che per combattere il fenomeno «la punizione non può essere l’unico strumento», facendo riferimento alla convenzione di Istanbul che in tal senso attribuisce «un ruolo fondamentale anche ai concetti di prevenzione, protezione e di politiche integrate».
Pradella esprime quindi le difficoltà in cui ci si trova nel contrastare la violenza di genere: «Si è alle prese con un lavoro pesante, volto a evitare situazioni senza ritorno, un lavoro che non risolve però il problema, occorre uno sforzo comune di tutti gli attori, che comprende anche gli assistenti sociali e gli insegnanti, con i quali stiamo ottenendo risultati importanti, così come gli avvocati difensori, sia di indagati sia di parti offese». Infine la procuratrice invita a non cadere in semplificazioni: «Gli strumenti normativi ci sono, l’intervento è immediato, semmai il problema è: le persone denunciano? Ci permettono di intervenire nelle situazioni difficili? La violenza si accompagna a volte anche a problemi di tossicodipendenza, alcolismo e problematiche psichiatriche: pensare che tutto sia in capo alla magistratura non è realistico».
Marisella Gatti, presidente della Sezione civile del tribunale di Piacenza, ha invece portato i dati del 2024: su 190 nuovi procedimenti giudiziari al tribunale di Piacenza, quelli con separazioni conflittuali, nel 30% dei casi c’è stata violenza domestica. «La materia dei maltrattamenti in famiglia è delicata - dice Gatti - l’avvocato e il giudice entrano nelle vite degli altri, negli aspetti più intimi. Studi scientifici affermano che la violenza subìta da una madre incinta lascia tracce sul dna del figlio, favorendo l’invecchiamento precoce e la futura predisposizione alla malattia. Un trauma non solo lascia un ricordo, ma è memoria viva e biologica, oltre che culturale, che può riaffiorare nelle generazioni successive». Il problema c’è, eppure qualcosa si muove. «Dal 1994 ci occupiamo del tema - dice Donatella Scardi, presidente del Centro antiviolenza - nel ‘96 la violenza sessuale è diventata reato contro la persona, ma quando siamo nati era ancora un reato contro la morale e il concetto di violenza domestica non esisteva. Oggi parliamo invece di femminicidi. Di lavoro ne è stato fatto tanto». Nonostante ciò, le donne che si sono rivolte ai quindici Centri antiviolenza del Coordinamento regionale da gennaio alla fine di ottobre 2025 sono state complessivamente 4.958, un numero che supera di 223 unità quelle accolte nel 2024. «E credo che il fenomeno sia più ampio di quello che dicono i numeri» dice in merito Scardi, che chiarisce quale sia il prossimo passo da compiere: «Vorremmo avere gli strumenti per consentire alle donne vittime di violenza di ricostruirsi e riprogettare la propria vita». In una parola, pensare al dopo.
All’incontro hanno preso parte anche Silvia Merli, presidente del Cipm, e i ricercatori della Cattolica Marina Di Lello Finuoli, Michele Pisati e Priscilla Bertelloni.

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