“Challengers”, il tennis diventa un linguaggio per potersi conoscere. E anche per desiderarsi

Zendaya, O’Connor e Faist nel triangolo perfetto tra ambizioni e tensioni erotiche all’ultimo smash

Redazione Online
|7 ore fa
“Challengers”, il tennis diventa un linguaggio per potersi conoscere. E anche per desiderarsi
3 MIN DI LETTURA
Il tennis è una relazione, non è solo colpire una pallina. Challengers (2024) di Luca Guadagnino parla sì di tennis, ma soprattutto di rapporti umani e di emozioni. Quando due tennisti si affrontano, non stanno semplicemente giocando una partita. In quelle ore, tra scambi e colpi tirati al limite, costruiscono qualcosa insieme: una tensione condivisa, che diventa complicità. Si sfidano, si leggono, si provocano. E da quello scontro nasce qualcosa di spettacolare. Il film di Guadagnino racconta proprio questo e per farlo mette al centro il triangolo amoroso intricato e intenso: Patrick (Josh O’Connor), Art (Mike Faist) e Tashi (Zendaya).
La narrazione si sviluppa su più archi temporali e si apre con la prima vera sfida nel circuito tra Patrick e Art, al Challenger di New Rochelle. Fin da subito viene delineata la distanza tra i due: Art ha un kit sponsorizzato da Uniqlo, Patrick non ha sponsor. Art è un tennista di successo a cui manca solo lo US Open per completare il Career Grand Slam, ma è in crisi da anni, incapace di ritrovare il livello di gioco che lo aveva portato in alto. Ad allenarlo è la moglie Tashi, ex promessa del tennis costretta al ritiro da un grave infortunio al ginocchio. Patrick, invece, è il talento sprecato per eccellenza: non ha mai davvero lavorato su sé stesso, e quel potenziale si è trasformato in mediocrità. Senza soldi e senza prospettive, vive alla giornata giocando tornei Challenger giusto per racimolare qualcosa. Il suo piano iniziale è semplice: uscire presto, incassare il minimo garantito e andare avanti. Ma quando scopre che la wild card è Art, il passato torna a galla e le carte in tavola cambiano completamente. Qui emerge tutta la crudeltà del tennis: se sei tra i primi cento al mondo hai stabilità; se resti fuori, invece, è una lotta continua.
Osserviamo l’evoluzione del rapporto tra i tre tornando indietro di tredici anni, quando Patrick e Art erano fuoco e acqua: opposti, ma inseparabili. Il primo rappresenta il tennis sregolato e di talento, il secondo tecnica e costanza. Migliori amici, freschi vincitori del doppio agli US Open juniores, si preparano ad affrontarsi nella finale singolare, ed Art chiede a Patrick di lasciarlo vincere. Amicizia e competizione si sovrappongono. È in questo momento che entra in scena Tashi, promessa del tennis, bellissima, tanto brillante quanto spietata. Il colpo di fulmine è immediato per entrambi, e da quel momento il loro legame muta per sempre. Nei primi quaranta minuti, Luca Guadagnino ci anticipa le due tematiche centrali del film. La scena sulla spiaggia in cui Tashi smonta l’idea superficiale del tennis e lo definisce per quello che è davvero: una relazione “Per quei 15 secondi in cui io e Anna abbiamo davvero giocato a tennis, ci siamo capite, come se fossimo innamorate o semplicemente esistessimo.” Poi arriva la scena in camera, dove scatta il bacio a tre che diventa la sintesi perfetta del triangolo. Ma il dettaglio che conta è quando Tashi si tira indietro e guarda Patrick e Art baciarsi con trasporto. Ed è lì che scatta la domanda: chi desidera davvero chi? Si giocano il numero della ragazza: chi vince la partita del giorno dopo lo otterrà. Le chiedono cosa vuole davvero e lei risponde semplicemente: “Vedere un buon cazzo di tennis.”
Dopo questo avvenimento nulla sarà come prima. Patrick vinse quella partita, conquistando anche il cuore di Tashi, ma perdendo in parte il suo migliore amico. Nei mesi successivi, Art fa di tutto per ostacolare la loro relazione e, quando Tashi si rompe gravemente il ginocchio dopo un violento litigio con Patrick, ne approfitta. Negli anni i tre si rincontrano più volte. Prima Tashi e Art, che iniziano un rapporto professionale e la relazione amorosa. Poi Patrick, ad Atlanta per un torneo, rivede Tashi, ormai promessa sposa dell’amico, con la quale, per una notte, si riaccende la passione. Infine, si torna al Challenger: Patrick chiede a Tashi di allenarlo. Le dà il suo numero e lei lo tiene. Quella sera si incontrano, lei gli chiede di perdere apposta, consapevole che Patrick potrebbe vincere. Dopo un litigio furioso, in una notte sferzata dal vento e dalla tempesta, chiara metafora dei loro sentimenti, si insultano, si sputano addosso e poi, finalmente, si baciano, lasciandosi andare.
Il climax del film arriva proprio nel terzo set della finale. Sono uno pari, 6-5 per Art, che ha in mano il match point. Prima di servire, però, Patrick ripete quel gesto che anni prima aveva usato per far capire che lui e Tashi erano stati insieme: serve come Art. All’inizio spiazzato, Art subisce il colpo e perde apposta il game. Si va al tie-break. Prima di servire, Art sorride, Patrick ricambia. Parte uno scambio estenuante, quasi irreale. La regia ci trascina dentro: prima siamo la pallina, sballottata da una parte all’altra del campo, poi diventiamo il campo stesso, osservando tutto dal basso. Il sudore cola, i corpi cedono, ma in quel momento loro si ritrovano. Tashi assiste finalmente a quel “buon cazzo di tennis” che voleva vedere, proprio lì dove tutto era iniziato. Art salta per chiudere con uno smash, ma perde la pallina di vista: sta volando nel campo avversario, tra le braccia di Patrick. I due si abbracciano, sollevati, come se avessero finalmente rimesso insieme qualcosa che si era spezzato anni prima. Il pubblico esplode. Tashi, con una smorfia di pura gioia, urla per entrambi. Il triangolo, nel suo modo storto e incasinato, è di nuovo completo.
Quello che Guadagnino mette in scena è un legame che si consuma e si rinnova attraverso la sfida: desiderio, rivalità e bisogno di essere visti si mescolano. Patrick, Art e Tashi non smettono mai davvero di giocare tra loro, dentro e fuori dal campo. E in quell’ultimo scambio, il tennis torna a essere relazione, esattamente come Tashi lo aveva definito all’inizio.
Sara Benassi

Gli articoli più letti della settimana