Che disastro a Hollywood! Le star lottano per la vita
I poster dei film catastrofici e il mosaico con i volti degli attori: il trucco geometrico diventato un cult degli anni Settanta
Michele Borghi
|10 ore fa

C’è stato un momento preciso – occhio e croce a metà degli anni Settanta – in cui, per capire se un film valesse il prezzo del biglietto, non serviva guardare il trailer e nemmeno leggere la trama. Bastava abbassare lo sguardo davanti alla locandina e contare i “francobolli”. L’industria di Hollywood e le sue filiali europee avevano messo a regime il più democratico, spietato e geometrico stratagemma di marketing visivo mai apparso sui muri delle città: la griglia di “faccine”. Una parata di ritratti fotografici o dipinti, ordinati in bacheche rettangolari, che prometteva allo spettatore un cast monumentale pronto a essere sacrificato sull’altare dello spettacolo catastrofico. Era l’era d’oro dei “disaster movie”, filone dominato da cast corali mastodontici mandati a guadagnarsi il cachet nei contesti più disparati.
Questa complessa struttura produttiva, tuttavia, creava enormi grattacapi legali ai grafici pubblicitari e ai distributori. Come si potevano inserire in un unico manifesto leggende del calibro di Paul Newman, Steve McQueen, Fred Astaire e Faye Dunaway senza scatenare guerre spietate tra agenti cinematografici per l’ordine dei nomi e l’importanza dei volti? La risposta fu la griglia, un mosaico visivo posizionato sotto l’immagine centrale del disastro, dove ogni attore riceveva lo stesso identico spazio. Il capostipite fu “Airport” (1970), che lanciò il prototipo del filone mettendo in riga Burt Lancaster e Dean Martin accanto a una sfilata di volti sorridenti.
Il vero capolavoro del compromesso politico e commerciale fu però il poster de “L’inferno di cristallo” (1974). La rivalità tra Paul Newman e Steve McQueen era talmente accesa che i contratti imposero una soluzione geometrica senza precedenti nei crediti dei poster: il nome di McQueen venne posizionato a sinistra, ma più in basso, mentre quello di Newman a destra ma più in alto. In questo modo, chi leggeva da sinistra a destra vedeva per primo il divo di “Bullitt”, ma chi guardava dall’alto in basso trovava per primo il protagonista di “Lo spaccone”.
Sotto questo equilibrismo di ego, l’enorme torre in fiamme veniva puntellata da una parata geometrica di ben nove star secondarie infilate nelle loro nicchie quadrate. Una formula spietata che si ripeteva identica nei manifesti di altri colossi dell’epoca: basti pensare ai poster di “Terremoto” (1974), “Hindenburg” (1975) o “Rollercoaster - Il grande brivido” (1977). Poco prima, nel 1972, “L’avventura del Poseidon” aveva perfezionato la formula psicologica di questo trend. Sopra la nave capovolta campeggiava la celebre tagline “Who will survive?” (“Chi sopravviverà?”), mentre sotto, i ritratti degli attori (da Gene Hackman a Ernest Borgnine, fino a Shelley Winters) mostravano espressioni tese, sudate e in pieno stato di stress emotivo. Lo spettatore, camminando per strada, poteva letteralmente scommettere sul destino dei personaggi partendo dai loro volti, trasformando la locandina in una bacheca delle scommesse cinematografiche.

Dietro gran parte di questa epopea produttiva c’era la mente del produttore-guru Irwin Allen, il “master of disaster” di Hollywood, che impose lo standard commerciale del genere. Ben presto, questo espediente divenne una vera e propria epidemia stilistica, uscendo dai confini dei drammi catastrofici puri per contagiare l’horror soprannaturale – come dimostra la locandina di “Manitù, lo spirito del male” (1978) con Tony Curtis – e i più spregiudicati B-movie d’importazione.
Fu il caso di “Tentacoli” (1977), la celebre risposta italiana a “Lo squalo”, diretto da Ovidio G. Assonitis. Per dare credibilità internazionale a un cult incentrato su un polpo gigante mutante che terrorizza le coste californiane, la produzione nostrana applicò lo stesso identico schema hollywoodiano: ingaggiò un gruppo di icone americane in declino e, nei manifesti europei, inserì sotto il titolo l’immancabile riga di headshot con John Huston, Shelley Winters e Henry Fonda in posa da parata.
A fine decennio il trend iniziò a mostrare il fianco alla saturazione. In “Swarm - Lo sciame che uccide” (1978), firmato proprio da Allen, gli spettatori scrutavano le faccine di Michael Caine, Olivia de Havilland e José Ferrer per capire chi sarebbe scampato alle api assassine. In “Meteor” (1979) erano i volti terrorizzati di Sean Connery e Natalie Wood a fare da scudo a un asteroide in rotta verso la Terra. Persino pellicole europee ad alto budget come “Cassandra Crossing” (1976) non rinunciarono al “mosaico”: la locandina metteva in riga i volti di Sophia Loren, Richard Harris e Ava Gardner, stipati sotto un treno destinato al disastro chimico e ferroviario. Perché funzionava così bene? Perché era marketing puro, democratico ed economico.
La griglia risolveva il rompicapo dell’importanza degli attori equiparandoli tutti a livello visivo, e comunicava istantaneamente al pubblico l’idea di un grande evento cinematografico imperdibile. Oggi quel design geometrico è quasi del tutto scomparso, sostituito nei primi anni Duemila dai fotomontaggi digitali delle “teste fluttuanti” o da grafiche minimali e concettuali. Eppure, quel mosaico di volti rimane il simbolo intramontabile di una stagione irripetibile. Un’epoca in cui i produttori non vendevano solo una storia, ma un intero firmamento di celebrità pronto a lottare per la sopravvivenza in pochi centimetri di carta.
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