Paolo Rizzi "allo Specchio", «Il mix tra settori è la forza di Piacenza»
«Logistica e università hanno modificato i nostri equilibri» le parole del docente e direttore del Lel nel salotto di Nicoletta Bracchi
Matteo Prati
|6 mesi fa

Lo Specchio di Piacenza
Paolo Rizzi allo Specchio, trent’anni di ricerca per capire come cambiano le comunità
Un cammino tra dati, ricerca e insegnamento, con lo sguardo sempre rivolto alle persone prima ancora che alle statistiche. Allo Specchio di Piacenza, la trasmissione condotta da Nicoletta Bracchi su Telelibertà, protagonista della puntata è stato il professor Paolo Rizzi, docente dell’Università Cattolica e direttore del Laboratorio di Economia Locale (Lel), centro di ricerca che da trent’anni analizza sistemi territoriali e le politiche di sviluppo. Un racconto che intreccia percorso personale e trasformazioni della città.
«Un anniversario importante — ha ricordato Rizzi — il Laboratorio nasce nel 1996, lo stesso anno di mia figlia Margherita. Da allora abbiamo realizzato oltre 250 rapporti di ricerca: studiamo i territori per capire come cambiano le comunità». Nel tempo il Laboratorio ha fotografato trasformazioni profonde, a partire dai fenomeni demografici ed economici. «Due processi hanno inciso più di altri: l’immigrazione e lo sviluppo della logistica, che in trent’anni ha portato oltre 20 mila lavoratori, cambiando anche il consumo di suolo». Rizzi ha sottolineato la crescita del ruolo universitario della città: «Piacenza oggi è una città universitaria vera, con 4 istituzioni accademiche, Cattolica, Politecnico, Medicina dell'università di Parma e Conservatorio Nicolini, e oltre cinquemila studenti. Questo significa cultura, relazioni internazionali, ma anche economia quotidiana, l'indotto: affitti, servizi, giovani che arrivano e spesso decidono di restare». Una ricchezza, quella di Piacenza, costruita sulla diversificazione: agricoltura, industria meccanica avanzata, servizi e formazione superiore. «La forza di Piacenza è proprio il mix: nessun settore dominante, ma tanti equilibri che si sostengono a vicenda».
Ampio spazio è stato dedicato alle nuove generazioni, osservate attraverso studi e ricerche recenti. «I giovani oggi chiedono benessere prima ancora che carriera. Vogliono stipendi dignitosi, ma anche equilibrio tra lavoro e vita personale. Il lavoro non è più l’unico centro dell’esistenza. Molti vanno all’estero, ma spesso dopo dieci o quindici anni restituiscono competenze al territorio d’origine. La vera sfida è creare condizioni perché possano tornare». Una lezione costruita sull’esperienza più che sulle formule. Nell'intervista non sono mancati passaggi più intimi. «Non ho grandi rimpianti. Mi diverto ancora a lavorare», ha detto con semplicità, ricordando anche la candidatura a sindaco del 2017: «All’inizio mi è dispiaciuto non vincere, ma col tempo ho capito che la ricerca e i giovani mi hanno dato molto di più».
Tra i progetti più cari, l’esperienza di Cives: «È una realtà di cui vado fiero, anche se il mio cruccio è non essere riusciti a coinvolgere stabilmente le scuole come avremmo voluto». Tra i temi più sentiti, quello sociale. «Oggi la povertà non è solo economica. Crescono disagio psicologico e solitudine: parametri che vent’anni fa non avremmo considerato centrali nella qualità della vita». Da qui il valore del volontariato e dell’associazionismo: «Non servono solo sussidi, ma accompagnamento. La personalizzazione dell’aiuto è qualcosa che spesso il pubblico fatica a fare, mentre il terzo settore riesce a costruire relazioni vere». Sul futuro del lavoro e dell’IA, il professore invita al realismo: «L’intelligenza artificiale cambierà le professioni, ma siamo indietro sulla formazione. In Europa solo la Romania ha meno laureati dell’Italia, e nelle discipline STEM, materie scientifico-tecnologiche, la domanda supera l’offerta».
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